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Free University of Bozen-Bolzano

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Piene improvvise. Studio suggerisce le migliori pratiche per contenere i danni

Un team di “cacciatori di piene” - tra cui anche ricercatori unibz - ha pubblicato uno studio interdisciplinare sugli eventi meteorologici improvvisi ed estremi.

Castelletto d’Orba (Alessandria, 2019), Braies (Bolzano, 2017), Bettola (Piacenza, 2015) e Refrontolo (Treviso, 2014). Queste sono solo quattro tra le decine di località in Italia in cui, negli ultimi anni, piene improvvise hanno prodotto danni enormi e – escludendo il caso di Braies – vittime. Non si tratta di casi isolati o limitati al contesto nazionale, purtroppo. Tra il 1950 e il 2005, 2800 persone in Europa sono morte, 50 all’anno, per eventi di questo tipo. A causa dei cambiamenti climatici, anche il rischio che questi episodi si moltiplichino è in crescita. 

Una nuova metodologia di analisi
Per prevenire danni a edifici, terreni e comunità, alcune indicazioni utili provengono dal mondo della ricerca. Uno studio (“Forensic analysis of flash flood response”, coordinato dal prof. Marco Borga e pubblicato quest’anno sulla rivista scientifica WIREs Water) di ricercatori delle Università di Padova, Bolzano, Grenoble e Gerusalemme, ha riassunto i risultati ottenuti nell’ultimo decennio grazie ad una metodologia di analisi delle piene improvvise. Denominata “analisi forense” per similitudine con le investigazioni condotte a seguito di delitti, tale metodologia integra dati di pioggia, livelli idrici rilevati in campo e simulati al computer, erosioni e depositi negli alvei, e prende in considerazione anche i comportamenti delle persone coinvolte. Nello studio interdisciplinare infatti, oltre all’aspetto idrologico-geomorfologico, assume un ruolo importante anche quello sociale, sempre trascurato da studi precedenti. “Molto spesso gli esiti letali di una piena dipendono proprio dal comportamento umano, dal fatto ad esempio che le persone si siano messe in macchina quando non avrebbero dovuto. Per questa ragione la metodologia di analisi che abbiamo adottato, sviluppata in collaborazione con colleghi del CNR-IRPI di Padova, prevede anche l’impiego di interviste con le persone che vivono nei luoghi alluvionati per ricostruire i dettagli legati alle condizioni meteorologiche prima e durante l’evento. Ad esempio, è importante stabilire se ci fosse molto vento o grandine e la tempistica dettagliata della piena, se vi fossero piante trasportate dalla corrente o eventuali occlusioni, e quali, appunto, sono stati i comportamenti adottati dalle persone presenti”, spiega il prof. Francesco Comiti che a Bolzano dirige il gruppo di ricerca Dinamica dei bacini idrografici e mitigazione dei rischi naturali.

Le azioni di monitoraggio in Alto Adige
Il team di Francesco Comiti – che insegna “Mitigazione del rischio alluvionale nei bacini montani” alla Facoltà di Scienze e Tecnologie - è attivo in Alto Adige da un decennio e studia in particolare il trasporto di materiale solido (sedimento e legno) ad opera dei fiumi e dei torrenti. Assieme alla Agenzia per la Protezione Civile della Provincia Autonoma di Bolzano, i ricercatori della Libera Università di Bolzano stanno sperimentando sistemi di monitoraggio e allerta che consentano di contenere danni e vittime. Tuttavia, nei piccoli bacini collinari e montani il tempo di preavviso ottenibile è molto breve e questo richiede che la popolazione sia educata a quali comportamenti adottare allo scattare dell’allarme. Evidentemente, un problema enorme si pone inoltre nella gestione dei turisti che non hanno idea di cosa stia per succedere e quindi di come debbano comportarsi. 

La pulizia dei fiumi e le opere di contenimento? Meglio educare
Le indicazioni che emergono dai risultati dell’analisi forense delle piene improvvise sono chiare: la messa in sicurezza del territorio non è possibile, il rischio zero non esiste anche in ambienti efficientemente sistemati tramite opere (briglie, argini) come l’Alto Adige. Un messaggio non semplice da veicolare ma che deve essere utilizzato per educare la popolazione a comportamenti corretti. Spesso interventi strutturali come quelli succitati provocano il cosiddetto “effetto argine”: la presenza di un argine abbassa la percezione del rischio e provoca un abbassamento dell’attenzione, portando alla costruzione di edifici in zone che rimangono potenzialmente a rischio in caso di cedimenti delle opere, evenienze tutt’altro che rare. L’Alto Adige, in questo caso, è innovatore: la Provincia Autonoma di Bolzano ha infatti effettuato una mappatura completa dell’Adige, da Merano a Salorno, per individuare il pericolo idraulico tenendo conto dei punti di possibili rotte arginali. “Anche in presenza di opere di difesa strutturali, esiste sempre un rischio residuo quando avvengono piene importanti. La cosa più efficace che i Comuni possono fare è rimuovere o rendere inagibili le costruzioni presenti nei luoghi più pericolosi, o quanto meno evacuarle quando si attendono forti piogge”, afferma Comiti. 

Il docente sgombra il campo anche da opinioni molto diffuse ma senza fondamento, come descritto nel lavoro scientifico sopra menzionato. Molto spesso infatti si attribuisce alla scarsa “pulizia” dei fiumi la causa delle alluvioni. “In realtà, la responsabilità della situazione odierna di elevato rischio idraulico è dovuta alle scelte edilizie del passato”, conclude Comiti, “i letti dei fiumi sono stati ristretti. Quando piove molto i fiumi si riprendono gli spazi perduti con effetti disastrosi come visto nell’ottobre 2019 a Castelletto d’Orba. Il ruolo della vegetazione in alveo sull’alluvione è stato secondario o del tutto assente nella quasi totalità dei casi analizzati”.  

(zil)