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Libera Università di Bolzano

UniNews

Da unibz a Oxford. “Voglio mettere le mie conoscenze al servizio della società”

#unibzcareers. Più ragazze devono studiare ingegneria. E non solo per le prospettive di carriera ma perché possono lasciare un’impronta. Come Selena Milanovic, ex-studentessa unibz.

Studiare, formarsi, conoscere e capire come cambiare il mondo. Un sogno? Forse ma è l’obiettivo della ex studentessa di unibz Selena Milanovic. Per realizzarlo ha deciso che alla sua spiccata sensibilità sociale serviva una solida preparazione tecnica e scientifica. E vedendo i risultati ottenuti finora, sembra proprio che sia sulla buona strada. Dopo la laurea in ingegneria meccanica a Bolzano, la giovane meranese ha ottenuto una laurea magistrale in Ingegneria biomedica a Vienna e Brno e adesso è in procinto di terminare il dottorato, sempre in Ingegneria biomedica, all’Università di Oxford. Quattro lingue parlate alla perfezione (inglese, italiano, tedesco e serbo, la lingua dei suoi genitori), e un cv impressionante per la sua giovane età, il percorso di Selena testimonia una costante crescita che l’ha portata ad essere una dei giovani scienziati che, durante la pandemia di Covid, relazionavano settimanalmente i parlamentari britannici sugli studi scientifici più recenti riguardanti il virus. 

Il suo futuro professionale ormai è proiettato in una dimensione internazionale ma Selena ci tiene a ricordare il suo legame con la terra d’origine “che”, sottolinea, “è stata il mio trampolino di lancio. Sono figlia di una famiglia di origini umili, la mia carriera universitaria e la mia preparazione non sarebbero state possibili se non avessi potuto accedere a un’istruzione pubblica di alto livello. Il territorio in cui sono nata e cresciuta mi ha permesso di studiare. È anche per questo mio retroterra che mi interessano i temi sociali e voglio contribuire a rendere meno difficile la vita delle persone più svantaggiate”, spiega la laureata di unibz che a giugno discuterà la tesi di dottorato.

Selena Milanovic, nel Suo CV balzano subito all’occhio anche le esperienze in campi che esulano dall’ingegneria come, ad esempio, lo studio del management e dell’imprenditorialità. Come mai? 
Perché credo profondamente che l’innovazione passi attraverso il superamento delle barriere tra le singole discipline. Se voglio migliorare me stessa e anche quello che faccio, non devo pensare solo da ingegnere ma anche da economista, sociologa e tanto altro ancora. Devo inquadrare i problemi da risolvere da tante angolature diverse. Io ho sempre deciso di sfidare me stessa acquisendo competenze che esulano dal mio percorso accademico. La transdisciplinarità è il futuro e anche chi esce dalle facoltà di Ingegneria deve cimentarsi con il management e non solo con la tecnica: serve per non rimanere rinchiusi in una nicchia.

Su questo sfondo quindi assume significato la Sua premiazione, nel 2020, da parte della società di consulenza McKinsey & Company che le ha assegnato il Next Generation Women Leader Award. 
Esattamente. Si tratta di un premio per le donne che ambiscono a essere protagoniste del cambiamento e che hanno dimostrato di essere intraprendenti. Essere nominata una Next Generation Women Leader, entrando così a far parte del network di McKinsey, è stata un’ottima opportunità per conoscere altre donne che eccellono in vari campi del sapere. Organizzazioni come McKinsey apprezzano e valorizzano l’input scientifico e cercano attivamente persone in grado di scavalcare i confini tra le materie. Le competenze acquisite in questi corsi mi hanno reso migliore, credo, anche nel mio ambito scientifico: ad esempio mi hanno preparato a effettuare presentazioni convincenti ed efficaci anche di fronte a una platea di 400 scienziati. Inoltre, ho appreso a pensare più velocemente. La scienza può essere lenta, anche per motivi di vario genere – etici e di accuratezza in primis – , tutti validi e comprensibili. Il mio pragmatismo mi ha avvicinato al mondo della consulenza: un settore in cui l’efficacia e la velocità è tutto. Ad esempio, ho dovuto tenere una presentazione a Hong Kong per investitori della Silicon Valley. Essere in grado di presentare i risultati delle tue ricerche in modo veloce e convincente anche per un pubblico diverso da quello scientifico è fondamentale per sviluppare i progetti in cui si crede. 

Quando ha cominciato a maturare la scelta di passare al settore biomedico?
Sono sempre stata attratta dalla biologia. Poi, poco prima della tesi, il prof. Renato Vidoni ci propose alcuni argomenti che avremmo potuto esplorare tra cui alcuni un po’ fuori dell’ordinario. Ho deciso di osare e affrontare lo studio della meccanica di una pianta che si arrotola a spirale, come ad es. la vite. Tale meccanica può essere sfruttata per produrre mani robotiche più efficienti. Da lì in avanti ho capito che l’ingegneria meccanica era un punto di partenza fenomenale per costruire un percorso personale nella scienza, conforme alle proprie aspirazioni e curiosità, senza la necessità di adeguarsi a temi più o meno standard. È andata bene anche perché, dopo la consegna della tesi, assieme al prof. Vidoni, dalla tesi abbiamo ricavato un paper: ciò mi ha aiutato sia per il master che per il dottorato. È stato molto apprezzato come dimostrazione di impegno e dedizione alla materia.

Il fatto di essere donna in una Facoltà prevalentemente maschile non è mai stato un ostacolo?
Quando studiavo a Bolzano eravamo in tre (nel frattempo, le studentesse sono diventate 26, ndr.). Era strano essere così in poche ma è stato comunque bello e sfidante: un’esperienza che consiglierei a tutte le ragazze alle prese con la decisione su quale Facoltà intraprendere. Inoltre, ritengo una laurea in ingegneria meccanica possa fornire la preparazione per fare, nella magistrale, qualsiasi materia: dalla finanza all’informatica. Io ho potuto decidere senza problemi di specializzarmi in Ingegneria biomedica a Vienna e Brno. Lì, durante il master, ho lavorato a un progetto dell’UE che aveva l’obiettivo di creare un set artificiale di polmoni su cui testare gas tipo aerosol, non medicinali (come quelli presenti nei deodoranti), per capire se si depositano nei tessuti umani durante il loro uso. Si trattava di un progetto sovvenzionato dall’UE per trovare un’alternativa agli esperimenti sugli animali. 

Cosa avete sviluppato?
Abbiamo creato una trachea artificiale: una scatola meccanica che controllava il flusso d’aria in entrata e uscita. Abbiamo stampato in 3D i bronchi e bronchioli, le diramazioni all’interno del tessuto morbido dei polmoni. E poi, come primo step per testare se la ramificazione funzionava ed era realistica, vi abbiamo attaccato dei polmoni suini presi dopo la macellazione degli animali. Ciò serviva a capire se la costruzione del flusso d’aria funzionava. Se infatti i polmoni sopravvivono più di 12 ore, significa che la macchina funziona. Successivamente, abbiamo attaccato alla macchina dei polmoni creati con un materiale che è un misto di silicone e lattice. Quindi, con dei sensori, siamo stati in grado di vedere dove le particelle si depositavano all’interno dei bronchioli. Grazie ad essi, si possono effettuare delle valutazioni utili: se una percentuale alta si deposita, allora il prodotto non è adatto all’uso sugli esseri umani. 

Il progetto si è concluso?
No, è continuato. Avrei avuto la possibilità di rimanere a Vienna per il dottorato e portarlo avanti ma ho scelto di venire a Oxford, dove ho lavorato a una terza tematica che è anche quella su cui ho scritto la mia tesi di dottorato. Il mio supervisore di questi anni in Inghilterra, aveva visto il mio lavoro nella capitale austriaca ed era interessato ai miei skills di matematica e informatica. Voleva sapere se sarebbe stato possibile trasferire queste tecniche a suoi progetti. Invece di flussi aria nei polmoni, abbiamo studiato il flusso del sangue nel cervello. Per un ingegnere meccanico, è il pane quotidiano: tutto ciò è meccanica dei fluidi, che impari nella laurea triennale. I principi che regolano il movimento del sangue nelle vene sono gli stessi dell’acqua nei fiumi.

Qual è l’obiettivo delle ricerche che ha svolto a Oxford?
Il cervello umano è un terreno in gran parte ancora inesplorato. È molto difficile ottenere informazioni in modo non invasivo: le tecniche di imaging a risonanza magnetica ci restituiscono immagini poco precise, di vasi sanguigni con diametro maggiore di un millimetro. Si tratta di dimensioni molto grandi per il cervello, dove molti vasi hanno un diametro di poche decine di micron. Per questa ragione, sviluppiamo uno studio matematico e computazionale dei capillari e delle ramificazioni del flusso sanguigno: per complementare ciò che si ottiene dalle immagini tradizionali con un modello 3D completo della vascolarizzazione del cervello. In pratica, “estraiamo” quello che si può dalle immagini e poi riempiamo i “buchi” dell’immagine ricostruendola attraverso modelli matematici.

Perché vi interessa vedere ciò che accade in un mondo così minuscolo? 
Perché ogni malattia degenerativa del cervello, come ad esempio l’Alzheimer, inizia su scala infinitesimale. Quando i medici riescono a intravederne i segni tramite le immagini, è già una fase troppo avanzata per intervenire: la malattia ha raggiunto la vascolatura grande. L’idea è che una diagnosi precoce possa aiutare chi combatte malattie come l’Alzheimer. 

Questa Sua ispirazione sociale Le ha permesso anche di vincere un hackathon del World Economic Forum per un progetto di innovazione sociale.
Sì, quello dedicato alle strategie di ripresa post-Covid. Ho fatto parte della squadra vincitrice e abbiamo progettato un piano di prevenzione per aiutare le persone senza dimora. Quella della mancanza di abitazione è una piaga che affligge circa 300.000 persone nel solo Regno Unito e contro cui dobbiamo fare qualcosa. La disuguaglianza socioeconomica è stata ulteriormente aggravata dalla Covid-19 covid che ha portato alla perdita del lavoro per tante persone che si sono ritrovate impossibilitate a pagare un affitto. Lo scorso anno il World Economic Forum aveva lanciato un workshop che spronava i partecipanti a migliorare la situazione socio-economica e sanitaria causata dalla pandemia. Io mi ero candidata per partecipare. Con i selezionati sono stati formati dei team che avevano una settimana di tempo per cercare una soluzione a un problema concreto. Noi abbiamo creato una piattaforma per aiutare chi era senza una casa: ci siamo concentrate sulle donne diventate homeless per scappare alle situazioni di violenza domestica, in un momento in cui anche i centri di accoglienza erano chiusi per la pandemia di Covid. Abbiamo creato una piattaforma online, grazie alla quale le donne potevano mettersi in contatto con volontari che vivevano vicino a loro e che avrebbero potuto ospitarle per un periodo. La soluzione è stata adottata dall’Oxford City Council e il World Economic Forum ci ha premiato per l’idea e per il suo impatto tangibile.

Dopo la discussione della tesi di dottorato, a cosa dedicherà le Sue energie?
Ho un piano, non posso ancora renderlo pubblico per ragioni di riservatezza. Diciamo che mi aspetterà un lavoro che non sarà nell’accademia. Contribuirò sempre all’ambito dell’ingegneria biomedica, perchè è la mia passione, ma con un risvolto molto più immediato. 

(zil)